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LA STORIA DI PIERA

Febbraio 1942.
Sono passati tre mesi dall’episodio dei ragazzi malmenati davanti a scuola, e oltre un anno e mezzo dall’ingresso dell’Italia fascista nel conflitto. Piera, sin- ceramente, ha altro a cui pensare: della guerra non è che le importi un granché, tolte le notizie che di tanto in tanto arrivano dal suo fidanzato in Russia.
Non ha mai piantato troppe grane, in questi anni, ma il gesto di quella signora an- ziana, tre mesi fa, le è rimasto impresso, conficcato nella memoria. Poi la comu- nità ha rovinato la vita di quella signora: dal droghiere Piera sente regolarmente sibilare “è arrivata la piantagrane” quanto questa arriva, la gente attraversa la strada quando la vede, l’unica che la saluta con un cenno del capo pare essere Piera, che è segretamente ammirata da quel coraggio.
Un altro dilemma le si ripresenta quando vede quell’amico del suo fidanzato che incrocia di tanto in tanto e che non fa che parlare male del regime, lasciare dei volantini per terra davanti all’ingresso della casa della Gioventù Italiana del Litto- rio, prima di andarsene via con le mani in tasca.
Non è l’unica ad averlo notato: è arrivato un istruttore, fedelissimo al regime, che si piazza a mezzo metro da Piera con i pugni piantati sui fianchi. Osserva il gio- vane antifascista con sguardo interrogativo, poi si rivolge d’improvviso a Piera. “Che sta facendo, quel giovinastro? Lo conoscete?”
Piera lo conosce eccome, e sa perfettamente quello che sta facendo. Che fare?

Scelta 1:

Denunciarlo e raccontare tutto quello che sa.

Scelta 2:

Dire “Boh, non ne ho idea”.

Scelta 3:

Rassicurare l’istruttore e avvertire di nascosto il ragazzo del pericolo che incombe.

Scelta 4:

Mandare via con qualche scusa l’istruttore e poi contattare il ragazzo per proporsi di aiutarlo nella sua attività clandestina.

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