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LA STORIA DI PIERA

Novembre 1941.
Il sogno di Piera è ancora vivo, ma fragile. Col tempo ha messo la testa a posto: da quando, sei anni fa, ha finito per cedere la sua collanina alla patria, ha imparato a ripetere, giorno dopo giorno, quei piccoli gesti di adesione superficiale al regime che le hanno permesso di essere accettata dal resto della comunità. Non si definirebbe certo “fascista”... ma nemmeno antifascista! Non vuole passare per una piantagrane, e se continua a rigare dritto senza farsi troppo notare, magari un giorno avrà la sua grande occasione.
Pensa a tutto questo, e al suo fidanzato che sta combattendo in Russia, mentre passa davanti all’Istituto tecnico industriale. Un gruppo di giovani fascisti è lì, sul monumentale blocco d’ingresso, e si avvicina a due studenti delle superiori che lei conosce di vista, Davide e Vittorio. “Ebreo schifoso! Sovversivo!”, li apostrofa- no. Lei rimane congelata, non sa cosa fare. Iniziano gli spintoni, i pochi passanti si girano dall’altra parte, qualcuno addirittura incita i ragazzi più grandi. Parte il primo pugno, dritto in faccia a quello che è stato additato come ebreo, Davide. Parte il secondo, che colpisce sull’orecchio Vittorio: non deve avere nemmeno diciott’anni, è spaventato. Il gruppo di ragazzi grandi lo accerchia, lui è spalle al muro.
Di questi tempi, meglio non immischiarsi.
Cosa consigli di fare a Piera?

Scelta 1:

Non intervenire

Scelta 2:

Intervenire

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