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Ada Lotta. Un gioco sulla democrazia

15 ore fa
Tempo di lettura: 3 min
«Mi sembra che la stiano impacchettando con un bel cartellino per mandarla al museo. Perché tagliarla fuori come un momento unico e irripetibile, parlarne come di un punto di arrivo invece che di un punto di partenza? La sua validità sta nel fatto che in essa non poteva esistere conformismo: situazioni sempre nuove imponevano soluzioni sempre nuove, e questo bisogna farlo capire ai giovani. Se sapremo analizzare spregiudicatamente quel periodo con i suoi contrasti, i suoi limiti, i suoi errori, daremo loro [ai giovani] la possibilità di una scelta. Ritroveranno quella stessa carica che avevamo noi».

Con queste parole, nel 1966, Ada Prospero Gobetti Marchesini parlava della Resistenza.


Le vicende della sua lotta partigiana, svolta con intensità e impegno tra Torino e la Val Susa, è raccontata nel suo Diario partigiano, pubblicato per la prima volta nel 1956.


In moltissimi passaggi del Diario, Ada ci invita a guardare alla Resistenza come a una fondamentale esperienza di democrazia, libertà e autodeterminazione vissuta per la prima volta dalle giovani generazioni nate e cresciute sotto il fascismo, e proprio per questo portatrice di una spinta innovatrice contro il conformismo dello stato totalitario. Un’esperienza che per non essere tradita non dovrebbe, appunto, restare viva, fuori dalle teche dei musei, in dialogo con il presente e con il futuro.


Per questo abbiamo lavorato sulle sue pagine, cercando spunti capaci di parlare allɜ studentɜ che incontriamo oggi a scuola. Il Diario partigiano ci invita a riflettere sul rapporto tra responsabilità individuale e collettiva, sul valore del dissenso, sul ruolo delle donne nello spazio pubblico, sull’importanza dell’educazione e della partecipazione politica nella costruzione della democrazia contemporanea.


«L’esercito partigiano non dev’essere una bella o una brutta copia d’un esercito regolare, ma nascere spontaneo dalla volontà cosciente del popolo. (...) Bisogna dare ai giovani il senso che son loro i responsabili d’ogni azione, piccola o grande, che si senton di compiere, non offrir nuove formule, nuove strutture in cui, ancora una volta, più o meno comodamente possano adagiarsi.» (p. 113)

Da qui è nato quindi “Ada Lotta. Un gioco sulla democrazia sulle tracce del Diario partigiano di Ada Gobetti”, progetto ideato e sviluppato nel contesto di Biennale Democrazia 2027.


Cos’è “Ada Lotta”

“Ada Lotta” è un escape game originale ispirato al Diario partigiano.

Attraverso enigmi, materiali storici e contenuti narrativi, lɜ studentɜ si confrontano con le scelte, i dilemmi e le tensioni della Resistenza: l’apprendimento diventa così un’esperienza attiva, collaborativa e coinvolgente.

Dopo aver giocato, un debriefing guidato apre un confronto tra lɜ partecipanti, per collegare i temi emersi ai valori della democrazia e della cittadinanza attiva.


Perché un gioco

Il gioco non viene considerato come semplice strumento ricreativo, ma come pratica educativa e democratica. Grazie alle metodologie del Game Based Learning, lɜ studentɜ diventano protagonistɜ del proprio apprendimento e sperimentano concretamente collaborazione, partecipazione e problem solving. L’esperienza ludica favorisce inoltre il coinvolgimento emotivo e la riflessione critica, aiutando a entrare in relazione con le scelte e i valori di chi ha vissuto la Resistenza e a interrogarsi sul loro significato oggi.


Come portarlo nella tua scuola

Da novembre 2026 ad aprile 2027, grazie al sostegno di Biennale Democrazia, porteremo “Ada Lotta” come laboratorio gratuito nelle Scuole Secondarie di Secondo grado nei territori piemontesi.


Se vuoi proporre il laboratorio nella tua scuola,

scrivici a info@deina.it.

«Si trattava (...) di combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare; per non abbandonarci alla comoda esaltazione d’ideali per tanto tempo vagheggiati, per non accontentarci di parole e di frasi, ma rinnovarci tenendoci «vivi». Si trattava insomma di non lasciar che si spegnesse nell’aria morta d’una normalità solo apparentemente riconquistata, quella piccola fiamma d’umanità solidale e fraterna che avevam visto nascere il 10 settembre e che per venti mesi ci aveva sostenuti e guidati.» (p. 419)

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